Scouting e metodi

15.04.2014 04:50 di Redazione FS24 Twitter:   articolo letto 494 volte
Fonte: Davide Venturini - www.footballscouting.it
Scouting e metodi

Come osservatori-scouting, ecc. siamo ormai da tempo  abituati a  servirci di strumenti tecnologici, metodologie sofisticate di analisi, database, ecc. Ma il buon vecchio intuito, o quel che si chiama “fiuto” serve sempre, unitamente, ovviamente, a un pizzico –o forse qualcosa di più- di fortuna.

Certo in altre epoche, anche senza andare troppo indietro con il tempo, ci si limitava ad andare a vedere una partita, con tanto di foglio e penna, e nulla più. Pensiamo ad esempio al caso di Geoff Twentyman, ex difensore centrale e ex allenatore non di certo di successo. Eppure, nel 1967, dopo essere divenuto Chief Scout del Liverpool, squadra in cui aveva militato precedentemente retrocedendo anche in seconda divisione e che in ogni caso fino ad allora non aveva vinto nulla in Europa, mise le basi per un lancio eccezionale dei Reds. Basti dire che  pian piano il Liverpool vinse di tutto, tra cui 9 Campionati nazionali, 4 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Uefa, 1 Supercoppa europea, ecc.

Ma se andiamo a vedere come Geoff svolgeva il suo ruolo di osservatore “capo”, ci pare impossibile tutto ciò…Difatti lavorava solo con archivio cartaceo, ovvero fogli e penna, quaderni pieni zeppi di valutazioni e sigle, dove  solitamente una X vicino ad un nome significava che  si trattava di un giocatore da comprare. Ma non è finita. Si parla da tempo di scouting internazionale…bene, ma Geoff seguiva e faceva seguire giocatori solo in un’area geografica inferiore come dimensioni al nord Italia, tanto per intendersi. Geoff reclutava solitamente calciatori  tra i 17 e i 23 anni di età, da far poi maturare sportivamente nella squadra riserve, per un paio di stagioni, massimo tre, dopo di che o li scartava o li passava in prima squadra, e posso garantire – e lo sa chi da tempo segue il campionato di oltre Manica e il calcio europeo- che Geoff lanciò  calciatori di grande successo, o recuperò giocatori dalla carriera apparentemente scialba lanciandoli verso il successo. Qualche nome? Kevin Keegan, Pallone d’oro 1978 e 1979, scoperto quando era in terza divisione, che poi diventerà capitano della Nazionale inglese e alzerà la prima Coppa dei Campioni vinta dal Liverpool. Ma come non ricordare Dalgish o ancora di più Ian Rush, che alla Juventus lasciò ben poca traccia, mentre tuttora è osannato dai tifosi del Liverpool come un mostro sacro?

Chiaramente tutto ciò non significa che non si deve attribuire importanza alla metodologia e alle tecniche in materia, ci mancherebbe, anzi…Però forse l’intuito rimane tuttora e deve rimanere un qualcosa che va aldilà del metodo. Del resto anche all’interno delle metodologie più all’avanguardia si parla anche degli elementi da ritenersi basilari di una corretta pedagogia che conduca, attraverso un valido e adeguato processo educativo e formativo,  al successo il giovane talento, come il trasmettere fiducia al giocatore, valorizzandolo in senso completo, il correlarsi in modo preciso e ampio con la famiglia, la scuola, il contesto da cui proviene, con una costante osservazione sul campo e in allenamento, integrando poi il tutto con una adeguata osservazione psicologico-comportamentale, che prenda in considerazione ampiamente anche fattori quali l’autostima, l’ansia, le relazioni interpersonali, tanto con i compagni di squadra che con l’allenatore, accettando le sconfitte e rielaborandole in ottica costruttiva.