La Periferia del Fútbol - Almirante Brown, la hinchada che ama gli eccessi

10.04.2018 09:39 di Francesco Fedele  articolo letto 484 volte
La Periferia del Fútbol - Almirante Brown, la hinchada che ama gli eccessi

Il calcio, si sa, è un calderone di emozioni. Queste, spesso, portano a degli eccessi difficilmente spiegabili. Troppa passione, troppo impeto nel sostenere la propria squadra, troppo peso dato a quello che, a detta di alcuni (stolti) è un “gioco”. Non è così, ma non è questo il punto. Non siamo qui per raccontarvi quanto bello sia il calcio, quante emozioni possa aver regalato ai tifosi del Real Madrid il gol di Sergio Ramos nella famosa partita che ha consegnato la décima ai blancos, oppure la magia di Dybala contro la Lazio e, ancora, la recente prodezza di Diawara, che ha tagliato le gambe al Chievo Verona. Il nodo della questione è che, alle volte, bisognerebbe trovare un equilibrio. Vallo a spiegare ai tifosi dell’Almirante Brown, una delle società argentine delle serie inferiori con il maggior seguito di tifosi.

La questione hinchada è una delle diverse trattate con Antonio Argento, presidente del club, intervenuto in esclusiva ai nostri microfoni.

Dopo aver raggiunto il decimo posto e aver mancato la qualificazione ai playoff nell’ultima giornata della scorsa stagione, l’Almirante Brown sta vivendo un presente pieno di difficoltà: ultimo posto della classifica in Primera B Metropolitana, un promedio complicato e la concreta possibilità di retrocedere in Primera C. Secondo la sua opinione quali sono i problemi principali che la squadra sta attraversando e che le impediscono di trascorrere una stagione tranquilla?

“Secondo me la squadra ha avuto un eccesso di fiducia nei propri mezzi, abbiamo sottovalutato gli avversari e questo è un errore gravissimo. Alcuni giocatori hanno avuto un calo incredibile delle prestazioni, e abbiamo cominciato ad aver paura e timore di proporre il nostro gioco. Matematicamente abbiamo ancora diverse possibilità di salvarci e continuare in B Metropolitana. Con il cambio dello staff dirigenziale di qualche settimana fa sicuramente migliorerà il morale e la fiducia dei nostri giocatori“.

Il club non ha mai giocato in Primera División, e ha alle spalle diverse stagioni nelle categorie inferiori argentine. Nonostante tutto l’Almirante Brown ha uno stadio molto importante per la categoria, composto da quasi 26.000 posti. Perché la squadra non ha mai avuto modo di arrivare e competere in Primera Division? Potrebbe essere questo l’obiettivo delle prossime stagioni?

“Il nostro club non ha mai giocato in Primera División per diversi motivi: è una società amministrata in buona parte dai soci, che ci hanno sempre messo grande volontà e allo stesso tempo prudenza. Dagli anni 90’ in avanti si sono indebitati con la federazione calcistica argentina. L’obiettivo dei nostri soci era quello di costruire squadre forti che potessero lottare per la promozione in B Nacional, e molto velocemente furono acquistati calciatori costosi e con un nome importante ma di basso rendimento. Siamo arrivati ad un indebitamento di quasi 11 milioni di dollari argentini, circa 40 mila euro. Abbiamo anche una problematica di tipo sociale riguardante la nostra tifoseria, spesso coinvolta in risse: tutto ciò ha rallentato la riscossione di denaro, portando a sanzioni come giocare in altri stadi a porte chiuse, fino ad operazioni di polizia molto costose. Tutti questi inconvenienti hanno contribuito a rallentare la crescita e colpiscono quei dirigenti che hanno buone intenzioni ma che rinunciano a portare avanti la società”.

Sono tanti i calciatori usciti dal vostro vivaio che adesso stanno giocando in Primera Division Argentina o all’estero. Penso, per esempio, ad Alexis Canelo, attualmente al Toluca in Messico, Jonathan Zacaria (Universidad de Chile), Leonardo Heredia (Colon de Santa Fè), Gaston Gimenez (Estudiantes de La Plata), Francisco Grahl (Atletico Tucuman). Tutto ciò dimostra l’attento lavoro che il club fa nel settore giovanile.

“Tutti i calciatori che sono stati venduti ad altre società hanno contribuito a ripianare i debiti economici della prima squadra. Nel settore giovanile lavoriamo molto bene, investiamo moltissimo nei giovani calciatori perché abbiamo notato che negli ultimi anni c’è stato un calo dal punto di vista tecnico e tattico: dobbiamo preparare i ragazzi ad arrivare pronti in prima squadra e tra i professionisti”.

In prima squadra avete quasi 19 calciatori cresciuti nel vostro settore giovanile. Quali sono le metodologie di lavoro e gli obiettivi che la società utilizza nel vivaio? E, principalmente, cosa rappresentano per voi i giovani?

“I 19 calciatori cresciuti nel nostro vivaio devono continuare a migliorare perché sono la base della nostra squadra e della nostra società. Hanno l’obiettivo di integrarsi al meglio con i giocatori più esperti e di ascoltare ciò che gli viene detto dagli allenatori”.

Tommaso Ferrarello e Francesco Fedele